Louise Bourgeois: il senso e la forma dell’inconscio
di Eleonora C. Amato

 «Non è un’immagine che cerco.
Non un’idea. È un’emozione che voglio ricreare,
l’emozione di volere, di dare e distruggere».

Louise Bourgeois

L’arte, nelle sue molteplici varianti, spesso accompagna il fruitore all’interno di percorsi espressivi caratterizzati dal legame, non sempre idilliaco, tra inconscio ed emozione. E’ un’arte che esprime i traumi vissuti da chi la crea, il disagio esistenziale che ne consegue, e il cui fine ultimo è quello di rendere esplicita, attraverso la forma, l’esigenza e la volontà di liberarsene.
Il singolare estro creativo di Louise Bourgeois (1911 – 2010), artista francese d’origine e americana d’adozione, genera un'arte introspettiva di grande effetto, che dà voce alla sofferenza interiore dell’artista, rivelandosi non soltanto un valido strumento d’indagine del proprio inconscio, ma anche un terreno fertile su cui la Bourgeois tenta di mettere in equilibrio quelle polarità contrapposte - pieno/vuoto, uomo/donna, interno/esterno, vita/morte, amore/odio - che stanno alla base del suo vissuto emotivo fin dall’adolescenza, e che costituiscono le fondamenta di tutto il suo lavoro.
L’artista coinvolge lo spettatore in un intricato racconto autobiografico per immagini che narra, talvolta in maniera piuttosto cruda e diretta, delle continue e frustranti vessazioni di un padre tirannico, donnaiolo e maschilista, che l’ha sempre rifiutata per il semplice fatto di esser nata donna, ma anche dell’ansia dell’abbandono, del tradimento, della solitudine e della dolorosa perdita della madre, unico suo punto di riferimento. L’osservazione attenta dell’intera produzione, che include opere grafiche, sculture, performance e istallazioni, permette di vivere esperienze visive e sensoriali sempre diverse, nel tentativo di decodificare quel repertorio simbolico, ora esplicito, ora nascosto e allusivo, che le caratterizza.

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La serie intitolata Cells, ad esempio, contiene in piccoli spazi, concepiti come gabbie, prigioni o rifugi, i ricordi di un passato che il pubblico, nella maggior parte dei casi, non può fruire fisicamente, ma può attraversare visivamente cogliendone il messaggio più intimo che l’artista vuole con esso condividere. A distinguere queste simboliche scenografie un insieme di oggetti d’uso quotidiano tra cui numerosi specchi, responsabili di riflessioni e prospettive alterate, che interrompono ogni senso di percezione diretta e inducono ad una riflessione profonda sull’esistenza propria e altrui.
Ma le sculture che senza alcun dubbio possono considerarsi l’emblema per eccellenza di tutta la sua produzione sono i monumentali ragni d’acciaio, facenti parte della spettacolare serie intitolata Spiders. Il ragno incarna forse meglio di qualsiasi altro soggetto rappresentato nel corso della sua carriera, la maggior parte dei temi da lei interpretati. Predatore silenzioso e inquietante da una parte, nonché mirabile, paziente e instancabile costruttore di tele, dall’altra, questo animale rappresenta per l’artista anche sua madre, donna intelligente, paziente, protettiva, ragionevole, delicata, fragile, indispensabile, e utile come un ragno, che sopravvive grazie alla sua opera laboriosa, che ripara e se necessario ricostruisce la sua tela allo stesso modo di come Louise Bourgeois ha ricostruito e rielaborato il suo passato, intrappolandolo in eterno nella materia, prezioso scrigno delle sue emozioni, ragnatela simbolica della complessità della sua vita, nonché indispensabile filtro tra il sé e l’altro da sé.

14.03.2021

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